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Analfabetismo delle grandezze

Pubblicato: marzo 3, 2013 in Uncategorized, voto

Si parla spesso di analfabetismo funzionale, ovvero l’incapacita’ di capire il contenuto di un testo.

Le discussioni sul voto degli ultimi giorni evidenziano pero’ una situazione molto piu’ grave di “analfabetismo delle grandezze”.

Con questa espressione, coniata ora, mi riferisco all’incapacita’ di distinguere, comprendere e manipolare ordini di grandezza molto diversi tra loro. Per essere chiari, stimo che il 99% della popolazione ne sia affetto, compreso chi scrive.

Nella nostra esperienza quotidiana abbiamo raramente a che fare con ordini di grandezza molto diversi tra loro e anche quando cio’ avviene li collochiamo in contesti molto diversi.

Siamo magari abituati a passare da 1 euro a 100 euro. Ma gia’ quando passiamo a 10mila o 100mila euro il contesto passa da quello della quotidianita’ a quello di situazioni eccezionali come l’acquisto di un’automobile o di una casa. Nonostante le apparenze non c’e’ continuita’ tra i due casi. Banalmente non abbiamo mai la necessita’ o un vantaggio a confrontare il costo di un caffe’ o di un pranzo con il costo di un appartamento. Che vantaggio avrei nel calcolare che questo appartamento mi costa come 400mila caffe’?

400mila: la quasi totalita’ delle persone non ha una presa forte, intuitiva su numeri di questo tipo. Quanti anni sono 400mila giorni? Quanto e’ un 400millesimo dell’Italia: una citta’, un isolato o un appartamento?

Un venditore di automobili puo’ possedere una o due automobili ed essere abituato a venderne un centinaio al mese. Il responsabile vendite a livello nazionale puo’ essere abituato a gestire decine di migliaia di vendite su tutto il territorio, ma a questo livello le auto sono rappresentate come numeri su un foglio di carta e c’e’ un brusco salto, una rottura, tra i tre contesti descritti.
Le problematiche presenti nel primo contesto (fare benzina, assicurazione, trovare parcheggio) sono completamente diverse da quelle presenti all’ultimo livello (ordinare container via nave, ottenere finanziamenti, seguire indagini di mercato, ecc.)
In altre parole, anche quando si tratta di una stessa persone e anche quando il soggetto rimane lo stesso abbiamo che il cambio di ordine di grandezza non permette di conservare le stesse intuizioni ed esperienze.

Per chiarire meglio: la difficolta’ non e’ gestire numeri molto grandi, ma passare dal piccolo al grande senza trasportare le nostre esperienze da un livello all’altro come se niente fosse.
Fare benzina o parcheggiare 400mila auto non ha nulla a che fare con le stesse operazioni fatte per una singola automobile, anche solo a livello di tempo e risorse materiali richieste.

Il problema reale non e’ l’incapacita’ in se’, secondo me inevitabile, bensi’ il non rendersi conto del cambio di ordine di grandezza. Pensare che le pratiche, l’approccio e le conseguenze del gestire 10 “soggetti” (litri, animali, studenti, ecc.) possano applicarsi immutati a 10 milioni di “soggetti”.

Uno dei contesti dove questo problema si manifesta maggiormente e’, solito tormentone, quello del voto. Il passaggio da 1 a 10milioni disorienta, stordisce e rende possibile l’impossibile a dispetto di ogni logica.

E’ questo “analfabetismo” che rende possibile le affermazioni che da giorni riempiono facebook e affini:

– “non ho ceduto alla logica del voto utile e ho dato il mio voto a Xyz”
– “non sono andato a votare. Se ci fossi andato avrei votato per Xyz, ma il miglioramento non valeva la pena di perdere l’oretta necessaria.”

Penso che in qualunque altro contesto queste persone verrebbero considerate degli squilibrati: davvero pensano che il loro singolo voto avrebbe portato un cambiamento?

Se ponessi la seguente domanda a qualcuno che e’ andato a votare secondo voi cosa risponderebbe: “se adesso togliessi dalle urne una sola singola scheda, secondo te cambierebbe il risultato?”

Referendum: gli “intelligenti”

Pubblicato: giugno 15, 2011 in voto

Una caratteristica di questo referendum e’ la nascita del fronte degli “intelligenti” a cui ho gia’ accennato nel post precedente.

Si tratta di persone che ritengono di aver letto e capito i quesiti referendari meglio degli altri e che quindi possono permettersi di sputare in testa agli altri che ancora credono alla “propaganda” mediatica. Insulti piu’ o meno velati e disprezzo e’ piu’ o meno quello che questo gruppo produce.

Da un lato andrebbero anche stimati: almeno hanno fatto i compiti. Dall’altro il loro atteggiamento spocchioso e saccente li rende parecchio antipatici. Ma al di la’ della forma ci sono due errori importanti che commettono.

Il primo, di cui ho gia’ scritto, e’ interpretare il referendum come evento legale/legislativo piuttosto che come evento mediatico. Il referendum e’ un evento di massa, mediatico, simbolico e non puo’ essere altrimenti. Il 99% della popolazione non ha le conoscenze legali necessarie per orientarsi nel mare delle leggi italiane e non.
Pretendere che la gente si informi e contemporaneamente accusare tutti gli organi di informazione di essere falsi e’ paradossale. E dove dovrebbero informarsi? Con i filmati su facebook?

Ma e’ forse il secondo errore quello piu’ importante: essere convinti di aver capito. Le leggi italiane (nazionali, comunali, ecc.) per di piu’ in contesto europeo sono un casino. Leggere un singolo articolo significa molto poco a meno di avere davvero le capacita’ per comprenderne l’intero contenuto che, nella mia opinione, implica aver esercitato per qualche anno una professione legale (avvocato, magistrato, giudice, ecc.).
Prendiamo ora il famoso primo quesito che riguarda i “Servizi pubblici locali di rilevanza economica”. Che cos’e’ un servizio pubblico? Cosa vuol dire locale? Cosa vuol dire “di rilevanza economica”? Ai primi due magari e’ gia’ piu’ facile dare una risposta (ma quanti degli “intelligenti” saprebbero rispondere?), ma il terzo e’ piu’ fumoso. L’acqua e’ un servizio di rilevanza economica? La risposta non e’ scontata. La cosa e’ stata discussa nei tribunali e pare che la linea che sta emergendo sia effettivamente quella di considerarla a rilevanza economica. Dovrebbe esserci anche una nota della Cassazione in questa direzione.
Il problema e’ che questo vale per ogni singola riga di quella legge. Tra sentenze, ricorsi vari (tar, corti europee, ecc.) e nuove norme temo che forse in questo momento non sia chiaro a nessuno che cosa significhi tutto cio’. Da quel poco che ho capito delle leggi, spesso serve aspettare la prima sentenza e tutta la catena di ricorsi per arrivare a capire quale sia la giusta interpretazione che vera’ data ad una legge.

Cosa c’e’ di mal in tutto cio’? Che si perde di vista la foresta. L’acqua sta venendo privatizzata in tutto il mondo da anni. Pardon, la gestione dell’acqua. In Italia anche, ad esempio a Velleteri e’ gia’ stato fatto.
Quindi o si e’ davvero convinti che i privati possono risolvere tutti i problemi dell’acqua in Italia (acquedotti che perdono, ecc.) e quindi si e’ a favore della privatizzazione oppure l’occasione per esprimere il proprio dissenso era questo referendum.
Il procedimento legale che segue ad un referendum, cioe’ scrivere la nuova legge, sara’ guidato (si suppone…) dalla lettura mediatica del referendum che e’ l’unica indicazione che il popolo puo’ dare sulle sue aspettative (in un senso o nell’altro).

Nessuno al governo, anche volendo, fara’ caso che circa lo 0,7% dei SI’ sono dovuti al fatto di non gradire la lettera a) del comma 2 dell’articolo 23-bis, che il 2,3% degli astenuti sono dovuti non al bel tempo ma al fatto di preferire la legge attuale alla direttiva 93/38/CEE e che il 3,6% dei votanti non ha capito cosa significhi “abrogare”.

E il legittimo impedimento che scade a ottobre? Di nuovo il ruolo del popolo non e’ legislativo in senso stretto ma di opinione. Il popolo puo’ dire che quella legge non gli piace anche se dovesse scadere il giorno dopo, persino se fosse gia’ scaduta. Il fine non e’ abrogare la specifica legge, ma esprimersi su cio’ che quella rappresenta, quella legge e tutte le altre della stessa natura.

Non so come mai per il referendum siano stati scelti nello specifico alcuni articoli e non altri. Non ho trovato in giro articoli di “informazione vera” che lo spiegassero. E’ possibile che abbiano scelto quelli per motivi “legalesi”, ad esempio perche’ sono quelli rispetto ai quali sono state emesse alcune sentenze e che quindi si portano dietro molto piu’ di quello che c’e’ scritto nell’articolo.

Ma quindi con chi realmente se la prendono gli “intelligenti”? Con la gente “ignorante” o con chi ha fatto “disinformazione”? Se ci si fida di ByoBlu di informazione non e’ stata fatta proprio, di nessun tipo: “In oltre 150 giorni di informazione referendaria sui TG nazionali sono passate solo 81 notizie: 28 sul TG3, 16 sul TG di LA7, 15 sul TG2, 11 sul TG1, 7 sul TG5, 3 sul TG4 e una, che si è suicidata per solitudine, su Studio Aperto.“. Con tutti quindi? Ma questo silenzio non e’ a sua volta disinformazione? Certamente.
Quindi il sistema e’ cattivo e ci odia tutti? Macche’, da nessuna parte e’ anche solo implicita’ questa lettura: sarebbe da qualunquisti. E’ solo questo specifico referendum che e’ stato manipolato…

Si noti poi che per cambiare una legge non e’ ovviamente necessario abrogarla tramite referendum. Se si volesse scrivere una nuova legge per affidare la gestione unicamente a societa’ pubbliche, andando contro le indicazioni europee, basterebbe avere la maggioranza in parlamento. Tra parentesi non credo che questo sia l’obiettivo del centro-sinistra, da sempre a favore delle privatizzazioni.

Ma allora a che scopo fare i referendum? O perche’ si e’ di buon cuore e quindi si vuole davvero chiedere un’opinione al popolo oppure perche’ quella maggioranza non la si ha. Quindi inevitabilmente un referendum e’ sempre uno strumento politico di una minoranza contro la maggioranza. Oggi e’ piu’ evidente perche’ ci sono solo due partiti, tempo fa potevano esserci maggioranze/minoranze diverse a seconda dei temi. Si veda ad esempio il referendum del 74 sul divorzio dove la DC tenta di ribaltare la legge fatta da PSI, PLI e altri.

In questo senso e’ sicuramente stato un referendum politico e molti sono andati a votare unicamente per questo motivo. Facendolo sono stati abrogati alcuni articoli di legge: amen, li riapproveranno uguali nella prossima maxi-legge. Certo, questo ha un costo, ma sono i normali costi dell’impianto politico (a margine i costi li si poteva ridurre accorpando comunali e referendum…). Hanno sbagliato a dare una lettura politica all’evento? Sarebbero stati piu’ “intelligenti” se pedantemente avessero studiato riga per riga i singoli articoli di legge? Secondo me no, anzi.

Il tormentone del referendum

Pubblicato: giugno 11, 2011 in voto

Su Facebook e dintori ci si sta accanendo molto circa il referendum. Buono no? Il cittadino si attiva, partecipa, fa politica.

Quello che pero’ io vedo e’ una gran confusione e basta.

Da un lato abbiamo i paladini del SI’: per l’acqua pubblica, contro il nucleare e per far condannare SB.
Da un’altro i paladini del “non voto”: di matrice destrorsa rifiutano il referendum prima di tutto perche’ sinistroide.
Poi ci sono gli informati: quelli che sono andati a vedere esattamente su che cosa si stia votando, ad esempio su questo sito o qui.

Apparentemente la terza categoria e’ quella che sembra piu’ rispettabile, almeno “ha fatto i compiti”, almeno dice cose vere. Il problema e’ che dice cose si’ vere ma irrilevanti e fuorvianti.

Rispetto all’acqua sostengono che si tratta di due leggi relative all’affidamento della gestione dell’acqua e non della sua privatizzazione. Come giustamente dice Messora il concetto di acqua privata sta tutto nella sua gestione. Che significato avrebbe altrimenti? Recintare tutte le sponde dei fiumi e proibire di avere cisterne per raccogliere la pioggia? Magari un giorno si arrivera’ anche a questo, ma oggi e’ tutto molto piu’ banale. Invece di pagare lo stato per fare in modo che l’acqua che esce da NonSoDove e finisca nel mio rubinetto mi trovero’ a pagare un’altro soggetto. Ma sia ben chiaro, l’acqua, tecnicamente, e’ di mia proprieta’: non la compro, ne pago il trasporto, analisi, filtrazione, ecc.. In soldoni mi arrivera’ una bolletta della “H2O” oltre a luce e gas. Questa bolletta oggi esiste gia’ e finisce nel grande calderone delle spese statali, regionali, provinciali, comunali. Separandola in modo esplicito tutto diviene piu’ trasparente, proporzionale al consumo/spreco, ecc.
Dove casca l’asino? Banalmente nel fatto che la “H2O” e’ una societa’ privata che deve quindi fare profitto. E in base all’enciclica “De societatibus privatis” questa e’ piu’ efficiente di un ente statale e quindi, al netto del suo ricavo, e’ comunque conveniente. E in ogni caso se questa se ne approfittasse troppo lo stato puo’ sempre dare la gestione ad un’altra, no?
A margine pare che lo stato oggi non abbia i soldi per la gestione dell’acqua e quindi sia costretto a chiedere prestiti o a darla in gestione a privati. Notare il paradosso: quella stessa risorsa che per un privato sarebbe una fonte di guadagno per lo stato e’ un costo? Come e’ possibile? Tutta colpa della stato sprecone e inefficiente?

Che cosa succede se vince il si’? Vengono abrogate due leggi e ad una ne subentra una europea piu’ o meno dello stesso stampo. Ma allora hanno ragione gli “informati” a dire che non si sa per cosa si vota e che il si’ per l’acqua pubblica e’ tutta propaganda/disinformazione?

La mia sensazione e’ che guardando le foglie si sia persa di vista la foresta. Il pacchetto di leggi che regolamenta la gestione dell’acqua e’ piu’ ampio di quelle due singole leggi e loro stessi lo notano. Perche’ quindi proprio quelle due? Semplicemente perche’ sono “simboliche”.

Ricordiamoci per un attimo che cosa e’ un referendum abrogativo: si tratta di abolire una legge e questo quasi sempre implica che ne verra’ fatta poi una diversa, sostitutiva. Diversa in che termini? Non e’ dato sapere, visto che il referendum puo’ solo dire “NO”. Diventa quindi secondo me fondamentale l’interpretazione mediatica che sia stata data al voto, la “propaganda”, piu’ che la specificita’ delle singole leggi che di per se’ non contano molto.
Quello che si tenta di fare con questi referendum e’ di istituire dei finti referendum consultivi/propositivi: in pratica di dire SI’ a qualcosa. La gente andra’ o meno a votare in quest’ottica e il gioco e’ fatto.

Prendiamo il referendum sul nucleare: le due leggi in esame riguardavano chi decide la localizzazione delle centrali e la possibilita’ per l’ENEL di costruire centrali all’estero.
In altre parole non si stava abrogando la legge che autorizza la costruzione di centrali (che magari in modo cosi’ esplicito non e’ mai esistita), ma un piccolo frammento. Esaminando bene le leggi si dovrebbe dire che il referendum fosse SOLO contro la specifiche procedure di assegnamento (vi ricorda qualcosa?).
Nonostante cio’ l’interpretazione che ne e’ stata data e’ stata No al programma nucleare italiano. E non potrebbe essere altrimenti: si poteva davvero fare un referendum su tutti i singoli articoli di legge e aspettarsi che i votanti li studiassero uno a uno?

Come contro esempio il referendum sul divorzio ha potuto invece puntare contro una legge molto specifica.

Rimane poi il solito macigno a pesare sul referendum: in diverse occasioni il risultato del referendum e’ stato di fatto ignorato

1987: responsabilita’ dei magistrati
1993: finanziamento pubblico ai partiti rinominato in “rimborso elettorale”, maggioritario
1995: privatizzazione rai, “Mattarellum”

In alcuni casi si puo’ discutere se le aspettative referendarie siano state davvero deluse o meno ma in alcuni casi lo spazio e’ poco.

Il processo per la privatizzazione dell’acqua e’ in corso in tutto il mondo. Se davvero l’Italia a questo giro ne restasse fuori al prossimo creerebbe una societa’ statale che si occupi della gestione. Poi accetterebbe partecipazioni private come da direttive europee e infine la privatizzerebbe in nome dell’efficienza e del libero mercato. Vi ricorda qualcosa?

Prendiamo nota e stiamo a vedere…

A margine, gia’ oggi al supermercato compriamo abitualmente l’acqua da aziende private….

Sul voto: redux

Pubblicato: maggio 12, 2011 in voto

Nuovo post, su un argomento gia’ trattato, per provare a sintetizzare ed approfondire lo stesso tema.

Tesi: il voto e’ uno strumento di misura del consenso elettorale acquisito dai candidati nel mesi/anni precedenti le elezioni. Non e’ quindi uno strumento che determina il consenso, cosi’ come un termometro non determina la temperatura dell’acqua che misura. Di conseguenza il singolo voto e’ irrilevante, in quanto una misurazione accurata e’ gia’ possibile con solo parte dei voti e i singoli voti ulteriori non la influenzano piu’.
Questo e’ inoltre evidente da un punto di vista numerico: il peso di 1 voto su 1 milione o piu’ e’ di fatto nullo.

Inoltre l’errore dello strumento di misura e’ ben al di sopra del singolo voto (errori di conteggio, brogli, ecc.). Se anche un cadidato dovesse perdere per un singolo voto non sarebbe in realta’ direttamente attribuibile ad un singolo voto di un elettore mancante. Un inevitabile riconteggio infatti porterebbe sicuramente ad un risultato diverso, magari opposto, pur aggiungendo l’ipotetico voto in piu’ a favore del candidato sconfitto.

Se tutti facessero cosi’. Questo e’ uno strumento retorico molto efficace quanto vuoto. Un paio di esempi:

– non puoi buttare la carta in quel cestino: se tutti facessero cosi’ la via sarebbe invasa di cartacce
– al supermercato: non puoi comprare lo yogurt alla fragola: se tutti facessero cosi’ non ce ne sarebbe abbastanza per gli altri e il prezzo salirebbe alle stelle

Qualunque azione amplificata di un milione di volte diventa paradossale e condannabile. Notate come non ci sia nessun difetto logico o sostanziale in queste frasi, ma solo una premessa ipotetica enorme. Il motivo per cui il mondo non collassa e’ perche’ “non tutti fanno cosi'”, ognuno ha la sua testa, fa le sue scelte e la possibilita’ di un singolo di influenzare gli altri, senza strumenti di comunicazione di massa, e’ infinitesima, tanto piu’ quanto la mia proposta fosse lontana dal loro modo di pensare.
Condannare un comportamento per il solo fatto che la sua ipotetica e artificiale amplificazione di un milione di volte creerebbe situazioni insostenibili e’ da idioti.

Votare significa delegare qualcuno ad agire in propria vece. Non votare significa non accettare come propria le future decisioni che verranno prese da queste persone, sulla base delle proprie personali aspettative nei loro confronti. Il non voto, cosi’ come il voto, non influenza il risultato elettorale, rimane quindi una scelta che ricade nella sfera personale.
Non votare non significa dire a queste stesse persone che ci “stanno antipatiche” che ci “stanno antipatiche”. Non avrebbe senso sperare di ottenere in questo modo un miglioramento proprio da queste stesse persone tenendo il broncio. Il ragionamento tipicamente ipotizza che ci sia un meccanismo altro, il partito o “qualcun’altro”, che a fronte del mancato supporto popolare prenda dei provvedimenti a noi favorevoli, al prossimo giro.
In linea di principio quest’ipotesi puo’ essere ragionevole e va valutata, restando pronti pero’ a rifiutarla quando per 10, 15, 20 anni questa aspettativa continui a venir delusa.

La situazione politica attuale, e forse di sempre, ipotizza che ci siano dei buoni, noi, e dei cattivi, loro. I cattivi sono terroristi e drogati piuttosto che corrotti e mafiosi. Il nostro paladino al contrario e’ “una persona per bene”. Questa tipo di ragionamento, abusato in tutte le campagne elettorali, non penso dovrebbe mai uscire dalle aule delle elementari e, preferibilmente, neppure entrarci.

Ipotizzando per un attimo di accettare il meccanismo democratico come valido, non sono contro chi si candida, non sono contro che fa campagna elettorale seria (dai 100/1000 voti in su), ma contro l’illusione popolare del voto come strumento decisionale. Non lo e’, prendiamone atto. Il meccanismo elettorale e’, nella piu’ candida delle ipotesi, un meccanismo per verificare chi ha convinto il maggior numero di persone della validita’ delle proprie tesi.
La differenza e’ sottile, ma sostanziale. Il motivo e’ che l’elettore non ha tipicamente preso parte in nessun modo alla campagna elettorale. Quando viene consultato i giochi sono fatti.
Cosi’ come se su un gruppo di 100 piante venissero provate due marche di fertilizzante: dopo un mese si guarda quali sono cresciute meglio e questo determina chi vince. In un certo senso si puo’ dire che sono state le piante a scegliere.

Il voto come delega del potere

Pubblicato: luglio 30, 2009 in voto

Non e’ vero che il voto non ha importanza. Ha un’importanza enorme per chi lo esprime.

Alla base del voto c’e’ molto terra terra il “patto sociale” di Hobbes: la rinuncia di alcune delle proprie liberta’ per delegarle ad un altro soggetto (lo stato) che le amministri per conto nostro. In questo modo non e’ piu’ compito nostro occuparci di quelle questioni in quanto delegate oltre a diventare oggettivamente impossibile farlo se anche volessimo (perche’ la forza conferita’ allo stato e’ tale da impedircelo).

Insomma, se chiedo a tizio di andare a farmi la spesa io poi mi dedico ad altro. Anche perche’ la macchina l’ha presa lui e io se anche volessi orami non potrei farlo. Posso al piu’ aspettarlo alla sera, per “chiudere il cancello dopo che sono scappati i cavalli”.

Insomma, l’essenza del voto non e’ la preferenza, ma e’ la delega del potere. Un plebiscito di fatto, in termini di affluenza pura. Votare significa rinunciare alle proprie responsabilita’ oltre che alle proprie liberta’.

Torno su questo argomento per aver osservato poco tempo fa, e in piu’ occasioni, questo meccanismo in opera nel mio quotidiano. Le decisioni prese per voto sono quelle che piu’ difficilmente vengono messe in atto. I votanti non ne sono responsabili e la persona che si e’ presa l’incarico non lo fa per scelta ma per necessita’. Questa persona nel nostro contesto non ha pero’ la forza (il monopolio della violenza fisica legittima) per imporsi ed e’ facile che la sua azione non possa essere messa in pratica. Inoltre le opzioni non votate vengono di fatto accantonate in favore delle altre.

E la cosa evidente e’ che diventa persino difficile capire chi sia responsabile per l’insuccesso: ma come, l’avevamo votato tutti? Come mai non lo si e’ fatto? Non possiamo attribuire la colpa a noi stessi, nemmeno al sistema in quanto quello d’eccellenza, quindi rimane solo il destino avverso.

In questo modo la volonta’ e l’azione vengono soppresse, il potere viene delegato permettendo di mettere in atto azioni certamente non votate da nessuno.

Addendum: rispetto a questo punto di vista la monarchia e’ una forma di governo piu’ onesta. Chi e’ al potere ha ottenuto quella posizione tramite lo scontro, la violenza e ha vinto. I sudditi hanno perso, ma almeno hanno “lottato” e la posizione del sovrano e’ legittimata solamente dalla sua forza. Nulla quindi vieta la possibilita’ di un futuro cambiamento. Nel caso della democrazia lo scontro non e’ mai avvenuto, ci si trova di fronte ad una resa quasi incondizionata.

Delegittimare il meccanismo significa delegittimarlo sempre, anche quando il voto darebbe ragione a me, e la sistematica alternanza elettorale garantisce che l’apparenza sia dalla mia parte quel tanto che basta che il meccanismo venga accettato nel suo insieme.

Sul voto 2

Pubblicato: aprile 13, 2008 in voto
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Sono andato a votare.

Ribadisco la mia posizione. Il voto e’ uno strumento di misura del
consenso acquisito nel periodo precedente al voto (giorni, mesi ma
anche anni). In quanto tale necessita solamente di un campione
significativo di votanti, diciamo 10 milioni, forse anche meno.
Visto che cmq tutto si basa solo su grandezze percentuali e mai
assolute basta definire quali siano i rapporti tra i vari partiti.

Ritenere determinante ogni voto inizio a pensare sia una variazione
del paradosso del sorite (quello del mucchio) dove 1000 voti sono
significativi, quindi anche 999, …, quindi anche 1.
Infatti di solito la contro argomentazione che viene fatta e’: se 1
voto non e’ significativo allora non lo sono nemmeno 2, …, e nemmeno
1000.
A volte riformulato in “se tutti facessero cosi’…”.

Comunque, dicevo, sono andato a votare. Ho donato un campionamento in
piu’ al conteggio, la precisione della misurazione aumentera’ di
qualche milionesimo (cmq molto al di sotto della soglia di errore, ma
non voglio divagare).
Perche’? Perche’ ieri mi ha chiamato mia mamma e mi ha detto che se va
su Berlusconi e’ per colpa di quelli che non vanno a votare e cosi’
via. Quindi sono andato a votare per far contenta la mamma. Direi un
voto utile :)

Inoltre ho avuto modo di guardarmi attorno con uno sguardo diverso e
di notare come tutto quanto, aiutato dal bel tempo, avesse dei tratti
evidentissimi di celebrazione collettiva. Il cittadino prende in mano
i propri diritti e doveri e si reca a decidere le sorti del paese.
Quasi una processione di paese, una via vai di persone, vestite spesso
a festa, che fanno una cosa giusta. Ci si incontra, ci si saluta, ci
si rassicura o ci si contesta scherzosamente.
Un plebiscito della democrazia stessa in cui la folla conferisce
autorita’ al sistema. In questo nulla di male in fondo, ma molto
rituale senza dubbio.
Accanto a questo un pacato meccanismo di tifoseria, noi contro loro,
progetti di festeggiamenti in caso di “vittoria”, dopo notti insonni
passate a chiedersi cosa sia meglio. Sara’ meglio che venga a votare
tanta gente o meno?
E’ un piacere, un diversivo, la speranza del cambiamento, il senso di
star facendo qualcosa.
Il tutto preceduto dai bagni di folla delle convention da sempre
animate da canti, applausi, colori e danze.

E c’e’ anche un chiaro “empowerment” del cittadino, che diventa
artefice del proprio destino, potente, decisivo tanto quanto tutti gli
altri, quindi al massimo livello possibile. Non e’ piu’ ultimo, ne’
penultimo. E diventa anche responsabile di quello che succede, diventa
poi moralmente complesso rifiutare la propria azione.

Insomma, le premesse per un gran bel rito ci sono tutte. E in fondo
molto lontani da quello non siamo andati. Se ci si pensa abbiamo
ancora l’altare della patria, gli imponenti palazzi del potere, le
parate militari, e’ cosi’ via. Un retaggio religioso/nobiliare dei
7000 anni precedenti. Difficile da cancellare.

Niente, tutto qui.

Sul voto

Pubblicato: febbraio 8, 2008 in voto
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Tra due mesi si andra’ a votare. Non e’ ancora chiaro se/come si assembleranno i partiti, se punteranno a ricostruire due schieramenti o a presentarsi come partiti unici e riunirsi poi alla fine oppure se distaccheranno alcuni partiti minori presentandoli come nuovi o come “autentici”.
Sono piuttosto confidente del fatto che, al di la’ degli abiti nuovi, i nomi e gli schieramenti restino i soliti: la cosiddetta “destra” contro la cosiddetta “sinistra”.
Uno scenario possibile e’ quello di presentarsi separati puntando poi alla Grande Coalizione alla tedesca. E’ possibile.

Voto vs non voto/nulla/bianca

Nessuno dei due schieramenti, sia in blocco sia come singoli partiti che ne fanno parte, e’ degno di stare al governo.
Viene quindi da chiedersi: ha senso andare a votare? Se un sacco di persone non andassero a votare dovrebbero certamente rendersi conto che qualcosa non va.
Io penso che questo sia un discorso assurdo: chi dovrebbe rendersene conto? Quegli stessi politici che uno non vuole votare che dovrebbero improvvisamentre redimersi di fronte a tanto scontento popolare? O forse gli altri italiani? C’e’ forse qualcuno che ancora non lo sa? E dopo che la sfiducia del popolo fosse stata “ufficializzata” da una presenza alle urne mettiamo anche del 50% che cosa dovrebbe succedere? Le elezioni sarebbero valide e i partiti eletti direbbero qualche parola ai loro nuovi tg appena conquistati rispetto al duro lavoro che c’e’ da fare per riconquistare la fiducia degli italiani. Nessun eroe mascherato che compaia e risolva le cose.
Idem per scheda nulla, idem per scheda bianca, idem per scheda con scritto Beppe Grillo o Padre Pio. Cio’ che viene scritto sulle schede resta nei seggi, non arriva certo in tv o altrove, e quindi e’ irrilevante.
C’e’ infine chi sceglie di non votare semplicemente per sentirsi a posto con la coscienza: legittimo, ma poco utile a cambiare la situazione.

Filosoficamente non votare puo’ significare un rifiuto intero del sistema democratico, scheda nulla un rifiuto dei candidati, scheda bianca un silenzio assenso. Nella realta’ il significato di queste scelte viene invece “impartito” dai media di turno, che possono reinterpretare o insabbiare questi elementi a seconda di come fa piu’ comodo. Diciamo che un eventuale distinguo tra queste posizioni resta di fatto nella sola testa del singolo elettore. Qualcuno sostiene che le schede bianche siano piu’ facili da riciclare per i brogli: ok, evitiamo le schede bianche allora.

Il meno peggio

Escluso il non voto resta la sola strada del voto. Se ho bisogno di comprare un maglione perche’ fa freddo e l’unico negozio ne ha solo 3 che non mi piacciono mi trovo costretto cmq a scegliere tra questi.
E su questo si articolera’ l’intera campagna elettorale prossima venutra. Critiche agli avversari, autocritica, promesse, ecc.
Andando ad istinto si scava nel marcio e si cerca la cosa di cui si possa salvare qualcosa. Si rivedono le proprie aspettative per adattarle alla “realta’”: “forse il verde scuro non mi sta poi cosi’ male”. In fondo il sistema deve andare avanti (uno dei tanti casi di falso dilemma, descritto in seguito).

Partiti minori

Un’alternativa in realta’ trova posto nei partiti minori: liste civiche, pensionati, non me ne vengono in mente molti, che si suppone siano meno corrotti degli altri ed e’ anche probabile che lo siano, resta da capire se sia per integrita’ morale o per mancanza di interesse da parte dei corruttori.
Ma supponiamo pure di trovare un partito fatto da persone ottime, che magari uno conosca personalmente, quanti voti ci si puo’ davvero aspettare che arrivino ad ottenere? Un dieci percento come quello della Lega di qualche anno fa? Non sarebbe male, ma si troverebbe pero’ comunque a dover lavorare avendo contro il restante 90% del governo.
Di certo sarebbe, questo si’, un messaggio forte per le prossime elezioni in quanto altri elettori che temevano di “sprecare il proprio voto” potrebbero rischiare e dirigere il loro prezioso voto verso questo nuovo partito.
Supponendo che questo si mantenga puro e limpido, supponendo che riesca a vincere la battaglia mediatica tramite mezzi alternativi (internet), supponendo che i terroristi non facciano attentati mirati e che riescano a barcamenarsi tra le varie trattative di governo, nel giro di 2 o 3 elezioni potrebbero arrivare a far passare delle leggi significative.
Questo significa pero’ allargare la propria rete di contatti sul territorio, trovare nuovi volontari, nuovi portavoce, ecc. richiede quindi una partecipazione attiva da parte della gente, che invece ritengo abbia piu’ facilmente la tendenza a cercare il candidato su cui puntare tutto nella speranza che questo risolva tutti i problemi senza doversi sbattere piu’ di tanto.
Supponendo comunque che questo scenario ideale sia la strada da seguire o almeno una di quelle ragionevoli a cui vale la pena dare “qualche spicciolo” questa puo’ essere un’opzione. Ma quante possibilita’ ci sono che si verifichi davvero?
Il punto e’ che si tratta cmq di una strategia minore (l’onesta’) che deve invadere un territorio nemico (corruzione) partendo dal piccolo. Se sin da subito non ha caratteristiche vincenti verra’ schiacciata per una semplice questione numerica.
Sinceramente questa strada non e’ certamente tra le prime della mia personale lista, pero’ l’unica critica che posso farle e’ che rischia di restare un ideale illusorio e irraggiungibile e che nel frattempo precluda altre strade: sereni e rincuorati da questo lontano traguardo si lascia di fatto che tutto resti come prima.

Brogli e bugie

Su tutto cio’ si aggiunge pero’ una piccola complicazione. Brogli e bugie.
I brogli avvengono sempre: chi ha maggior controllo su uno specifico territorio riesce a farne di piu’. Ma qui possiamo supporre che i rispettivi brogli in fondo si compensino, magari schiacciando un po’ i partiti minori, ma che tutto sommato la cosa non sia rilevante.
Il secondo problema sono le bugie: con tanta pazienza scelgo il mio candidato ideale, maggiore o minore che sia. Da bravo studio, mi leggo il programma, vado ai comizi. Ne trovo uno che mi convince. Che cosa mi garantisce pero’ che poi fara’ quello che ha promesso? Nulla. Niente, davvero, nulla. Ufficialmente, ci insegnano i tg, se non mantengo le promesse perdo voti alle prossime elezioni. Nella pratica la cosa e’ molto piu’ indiretta. Prodi puo’ dire che non ha fatto nulla del programma perche’ e’ durato poco, Berlusconi puo’ dire che e’ stata colpa dei suoi alleati e dell’euro.
Ma allora su cosa mi posso basare per scegliere chi votare? A livello oggettivo credo molto poco, di sicuro non su quello che dichiarano i politici.
Un po’ facile, un po’ nichilista come discorso, forse eccessivo, ma e’ certo che tra quello che viene promesso e quello che poi viene realizzato resta sempre una differenza molto grossa, spesso sostanziale.

Il falso dilemma

Siamo vittime di falsi dilemmi. Si puo’ solo votare o non votare, non ci sono alternative. O voti a destra o voti a sinistra, altrimenti e’ un voto sprecato. Questo ci insegnano i media.
In realta’ questo e’ un modo per ridurre artificialmente le opzioni possibili.
In tutti i casi in realta’ basta allargare il contesto e reinquadrare gli obiettivi per vedere le alternative. Qual’e’ il mio obiettivo? Cosa vorrei veramente ottenere tramite il mio voto o il mio non voto? Leggi piu’ giuste? Pagare meno tasse? Ci sono mille altre strade che si possono seguire per perseguire questi obiettivi: proteste, iniziative civiche, organizzare mostre, scrivere articoli, CENSURATO, ecc.
Il fatto di proporre il voto come unica occasione in cui si possa, e si debba, agire per esprimere la propria opinione in ambito civico e’ strumentale.
Anche il concetto di “voto sprecato” e’ ingannevole e al piu’ denuncia l’esigenza di un sistema di voto a preferenza multipla che risolverebbe il problema. E’ possibile che il mio voto non faccia eleggere poi nessun rappresentante ma almeno ho potuto indicare una preferenza reale e non una gia’ preimpostata dalla situazione attuale. In fondo e’ davvero improbabile che sia proprio il mio singolo voto mancante a far perdere una coalizione piuttosto che l’altra.

Il voto della massa

Dopo queste considerazioni puo’ sembrare che la scelta del voto sia comunque qualcosa che meriti attenzione e un minimo di riflessione. In realta’ purtroppo il proprio voto e’ assolutamente irrilevante.
Cio’ che conta e’ unicamente e solo il voto delle masse e pensare che questo sia costituito dai voti delle singole persone e’ giusto, ma credere che il proprio singolo voto lo possa influenzare e’ illusorio.
Di solito a questo punto viene spontaneo chiedersi cosa succederebbe “se tutti ragionassero come me…” e utilizzare la risposta come critica a questo ragionamento. Di certo pero’ non tutti faranno come me, quindi di nuovo si tratta di un trucco, visto che ognuno ragionera’ con la sua testa senza farsi condizionare dalla mia scelta. Di fatto il mio voto non e’ visibile prima che io lo esprima, quindi di certo non puo’ influenzare nessuno. Al piu’ potrebbe influire sulle elezioni successive. Il punto e’ che il mio voto diventerebbe rilevante solo se unito a moltissimi altri voti concordi, ma se cosi’ fosse diventerebbe di nuovo immediatamente irrilevante proprio per la grande massa di altri voti presenti.
In pratica se esiste un “sentire condiviso” in una certa direzione allora i voti lo possono evidenziare, ma questo non e’ creato dai voti, anonimi e poco eloquenti, ma da qualcosa che esiste nella vita reale, qualcosa che viene prima del voto.
Il rumore dovuto a errori di conteggi, errori di voto, brogli, ecc. inoltre fa in modo che il blocco minimo rilevabile alle urne sia nell’ordine delle migliaia.

Se quindi non e’ il singolo voto a determinare l’esito delle elezioni, che cosa lo determina? Lo determinano delle entita’ in grado di attrarre voti (idee, personaggi, aspettative) presenti nella mente delle persone, costruite dai media e dal dialogo tra le persone. Il voto svolge solo il ruolo di “metro”, uno strumento che permette di misurare quanto queste entita’ siano forti. Non le determina, ma le evidenzia solamente. Quindi, di fatto, quando ci si trova a dover esprimere la propria opinione tramite il voto di fatto e’ gia’ troppo tardi per poterlo fare. Non e’ il termometro che fa salire la temperatura dell’acqua ma il fuoco (l’entita’) che ha bisogno di tempo per agire.

Quindi il proprio voto va in realta’ espresso mesi o anni prima delle elezioni, ogni giorno, con lo scopo di andare a rafforzare le proprie “entita’” che, se sufficientemente forti, si concretizzeranno in un partito che potra’ a quel punto ricevere i voti.

Due mesi di certo non sono abbastanza.