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Banksy: una psyop post-moderna?

Pubblicato: agosto 21, 2011 in cinema

Impossible? Forse. Ma partiamo dall’inizio.

Chi e’ Banksy?

Bansky e’ probabilmente il piu’ famoso Street-artist al mondo. Un graffitaro direbbero alcuni ma sarebbe riduttivo. Diciamo un graffitaro 2.0: dopo gli illeggibili intrecci di colori degli anni 80 si passa a soggetti piu’ complessi, si utilizzano nuove tecniche, come gli stencil, e i messaggi diventano piu’ complessi e accessibili.
Ironia, intelligenza e protesta sociale sono le caratteristiche principali di Banksy. Oltre al completo anonimato.

Qui potete trovare una buona panoramica dei suoi lavori

Nonostante l’identita’ degli street-artist sia, per ovvi motivi, relativamente riservata di fatto non si tratta mai di un segreto assoluto. In molti casi nome e cognome sono persino presenti sul proprio sito. Nel caso di Banksy pero’, al di fuori di una ristretta cerchia di fedelissimi, nessuno ne conosce l’identita’. Nonostante ci siano state diverse indagini anche significative sulla sua identita’ non si e’ mai arrivati a individuarlo.

http://www.realnameofbanksy.com/
http://www.dailymail.co.uk/femail/article-1034538/Graffiti-artist-Banksy-unmasked—public-schoolboy-middle-class-suburbia.html

E parliamo di un personaggio che produce moltissimi lavori, ha un suo sito di riferimento, organizza mostre ben pubblicizzate, i suoi lavori sono venduti all’asta per centinaia di migliaia di euro e cosi’ via.

La cosa fino a questo punto e’ piuttosto anomala, sospetta, ma in fondo accettabile.

Il muro

Dove le cose si complicano, al solito, e’ in Palestina. Qui Banksy avrebbe realizzato diversi lavori, circa una dozzina, si discute sul numero esatto non essendo firmati, ma almeno 6 si ritiene siano sicuramente suoi

http://weburbanist.com/2008/12/28/banksy-graffiti-art/7-banksy-art-in-palestine1/
http://vostokzapad.wordpress.com/art/ (verso meta’ pagina)

L’altezza del muro varia dai 6 agli 8 metri e questo dovrebbe dare un’idea delle dimensioni dei lavori. Per quanto gli street-artist siano maestri nella rapidita’ di esecuzione e nel passare inosservati la realizzazione rimane non banale.
Qui si possono vedere i video della realizzazione

Il muro in questo momento dovrebbe essere lungo circa 500km il che rende di fatto impossibile pattugliarlo tutto facilitando la scelta dei posti adatti, magari dopo essere entrati in contatto con gli street-artist locali(?).
Alcuni lavori sono stati fatti a Ramallah o a Kalandia, all’interno della West Bank, il cui accesso dovrebbe essere rigorosamente controllato, seppure non interdetto.
Immagino che anche reperire carta, colori, colla e cartoni possa essere stato complicato.

Secondo questo articolo Banksy sarebbe stato individuato dalle autorita’ israeliane, sarebbero persino stati sparati alcuni colpi di arma da fuoco in aria. Ma a quanto sembra non sarebbe stato ne’ arrestato e la sua identita’ non sarebbe stata compromessa. Suona un po’ strano se lo si confronta con quanto avvenuto in altre occasioni di “proteste” straniere da quelle parti. Cosi’ come pare strano che le opere non siano state immediatamente rimosse (molte sono tutt’ora presenti) considerando proprio la loro popolarita’.

Nota: che cosa ho scoperto mentre cercavo materiale? Che “dipingere” il muro palestinese non e’ poi cosi’ difficile! Basta cercare “palestine wall graffiti” su flickr per trovare centinaia di esempi:

The Wall, near Qalandiya

Questo articolo era nato principalmente per la mia personale convinzione/pregiudizio che la cosa fosse molto difficile, cosa che invece si e’ rivelata falsa. Al tempo stesso altre delle considerazioni fatte rimangono per me valide, quindi in extremis salvo il post, considerando anche tutto lo sbattimento fatto :)

The movie

2010. Esce nelle sale Exit Through the Gift Shop, film-documentario su Banksy e dintorni, diretto da Banksy, che ottiene ottime recensioni.

Tra gli addetti ai lavori nascono alcune discussioni sul film: e’ vero? e’ uno scherzo dello stesso Banksy?

http://www.fastcompany.com/1616365/banksy-movie-prankumentary

(interessante il lungo commento di John Shorney)

Nota a margine: Shepard Fairey, famoso per aver realizzato il poster simbolo della campagna elettorale di Obama, e’ colui che, deus ex machina, introduce Banksy al protagonista del film.

I contenuti

I contenuti dei lavori di Bansky, per quanto ben presentati, sono “i soliti”, almeno visti nel 2011. Generici messaggi “no-global” sulla guerra, la polizia, la sorveglianza, la TV, Guantanamo, Paris Hilton, ecc.
A livello comunicativo puo’ essere efficace rifarsi a simboli condivisi ma al tempo stesso tutto rimane molto circolare: criticare i simboli del “sistema” significa comunque prendere come riferimento il “sistema”.

L’ipotesi

Puo’ trattarsi quindi di una grande Psyop? Se prendiamo a riferimento questo articolo (e quelli citati, fino al libro “La guerra fredda culturale” di Stonor Saunders), sappiamo che in passato la CIA ha utilizzato l’arte moderna come strumento di propaganda nell’ambito della Guerra Fredda per veicolare messaggi di “creativita’/liberta’” da opporre alla “rigidita’/oppressione” sovietica e per definire gli Stati Uniti come riferimento culturale/artistico mondiale.

Se si accetta la tesi che attivita’ di propaganda siano tutt’ora portate avanti da diversi organismi statali o para-statali in tutto il mondo non dovrebbe apparire cosi’ strano che anche la street-art venga utilizzata come canale di comunicazione.
A mio parere, la tv, i film e la musica vengono gia’ utilizzati in questo senso, quasi sicuramente lo sono anche i fumetti, la moda e cosi’ via.

Banksy presenta tutti i tratti dell’eroe anti-sistema hollywoodiano: eccellente, inafferrabile, intelligente, ironico e dall’identita’ segreta. Un super-eroe della street-art, una figura di riferimento per tutti i giovanissimi graffitari del mondo.
E, grazie all’anonimato, diventa anche un ideale strumento per chi volesse agire in modo appunto segreto, la stessa situazione che si crea con gruppi come i Black Block, Anonymous. Wikileaks e altre creature tanto amate dai media.

Generazione 1000 euro

Pubblicato: dicembre 14, 2010 in cinema

Lasciamo gli studi cinematografici di Los Angeles e torniamo a casa nostra, con un film uscito nelle sale nel 2009.

Generazione 1000 euro

Film tranquillo, piacevole, sulle difficolta’ e gli imprevisti della vita da precario a Milano.
Il film e’ distribuito da 01 Distribution, ovvero Rai Cinema.

Vediamo di capire quali messaggi, se presenti, questo film cerca di veicolare in modo non esplicito.

Ovviamente nel seguito verranno descritti in dettaglio diversi elementi del film, siete avvisati.

Matteo, il protagonista, laureato in matematica con tanto di master lavora scontento come precario facendo marketing. Non riassumo oltre la trama, la si trova facilmente in giro.

il professore

Uno dei personaggi di riferimento di Matteo, e in seguito di Beatrice (notare il nome, guida verso il paradiso di Dantesca memoria), e’ il Professore (Paolo Villaggio), docente di ruolo all’universita’.
Scontento del proprio lavoro e’ felice della pensione imminente, ricorda con affetto e nostalgia i primi anni da professore precario, definti: “i migliori della mia vita”.
Una frase “detta e non detta” ex-catedra dal professore e’ “non bisogna assolutamente cercare di capire in quale direzione noi dobbiamo andare” (min 117).

il mondo del lavoro

Il mondo del lavoro che viene rappresentato e’ orribile: licenziamenti, tradimenti tra amici, capi spregevoli (Balasso) e cosi’ via.
Insomma, non stupitevi se il vostro capo si comportera’ esattamente in quel modo.

l’arte dell’arrangiarsi

Francesco (il cinefilo) risolve i problemi relativi all’affitto e alla casa con creativita’. Beatrice risolve i problemi economici frugando nell’immondizia (di fatto di quello si tratta…) e rivendendo su ebay. La positivita’ della cosa viene rafforzata dallo stile della narrazione e dal fatto che quell’episodio porta all’innamoramento tra lei e il protagonista.

l’amico (Chernobyl)

Personaggio secondario pero’ simbolicamente importante. Da un lato e’ un personaggio “negativo”: Francesco non lo vuole come coinquilino e la presentazione complessiva non aiuta, dall’altro e’ quello che si impegna sul lavoro e’ il suo progetto viene scelto come migliore. Personaggio senza amici (“vorra’ dire che mangero’ da solo”) e senza altri tratti evidenziati nel film.
Lui e’ pero’ quello che avra’ poi il posto fisso, grazie a Matteo, e ne sara’ felice.
Altri due esempi, a mio parere negativi, di posto fisso sono Angelica, sommersa totalmente da mille impegni e l’impiegata dell’amministrazione che si occupa dei rimborsi spese.

le due vie

Forse piu’ una nota cinematografica che sui contenuti, riguarda quanto siano contrapposte le due donne, che rappresentano le due vie. Angelica (anche se a tratti sembra quasi diabolica, potente e manipolatrice) e Beatrice: una bionda e una mora, una piu’ fredda e una piu’ mediterranea, una ultra decisa e l’altra perfino dichiara “sono indecisa” di fronte al sogno della sua vita. Una internazionale, l’altra che non e’ mai uscita dall’umbria, una ricca l’altra povera e cosi’ via.
Insomma, una sceneggiatura e caratterizzazione che non lasciano spazio a dubbi.

Angelica, che rappresenta il lavoro di successo, e’ fredda, dura, incomprensibile, pericolosa (a causa sua Matteo rischia di non pagare l’affitto). Beatrice e’ materna, accogliente, rassicurante.

la scelta

Angelica rende esplicito il tema: “quando arriva il momento giusto si tratta solo di scegliere: o dalla parte giusta o dalla parte sbagliata“. E a Matteo la scelta verra’ presentata in forma esplicita: restare precario o andare a Barcellona con Angelica: “un lavoro fantastico, una citta’ fantastica e non sei solo“. Insomma, “a no-brainer” direbbero, tutti i pretesti piu’ classici al cambiamento sono stati rimossi (soldi, solitudine, ecc.), si tratta solo di “capire chi sei veramente“.
E questa volta non c’e’ qualcun’altro che scelga per lui (come Matteo lamenta all’inizio del film), il taxi si guasta ma non abbastanza, e la scelta e’ finalmente sua. Solo che non e’ nemmeno in grado di motivarla e deve essere Angelica a cercare di spiegarla: “non posso rinunciare a essere quello che sono, sarebbe come tradire me stesso, so che sto rinunciando a una grande opportunita’ ma questa non e’ la mia vita, …, se l’unica alternativa che ho e’ vivere la vita di un altro allora preferisco tenermi la mia”. E lei conclude con “certo che sei un coglione pero'” al che lui persino annuisce.
Di fatto non c’e’ quindi una motivazione reale: lo faccio perche’ si’, perche’ io sono fatto cosi’. Ho fatto la mia scelta, ho capito chi sono veramente: un coglione. Il fatto di farlo come scelta esplicita nobilita e rende rispettabile la decisione.

un felice coglione

Il film e’ tutto nel finale: “Non so se mi rinnoveranno il contratto, non so cosa faro’ tra 6 mesi, non ho idea di quale sara’ il mio futuro. Guadagno in tutto 940 euro al mese.” ma sono felice. La canzone di Elisa fa da sfondo suggerendo “un segreto e’ fare tutto come se vedessi solo il sole”.
La sua scelta, in quanto protagonista, e’ la nostra, almeno del pubblico maschile (il pubblico femminile si sara’ diviso tra le due figure di riferimento).
In altre parole: il precariato e’ bello, ti rende felice, tu (laureato con successo) non fuggire all’estero inseguendo sogni non tuoi, rimani a casa tua, dove potrai essere davvero te stesso.

il libro

Nota a margine: il libro, italiano, da cui e’ tratto il film e’ stato distribuito gratuitamente online ed e’ uscito anche in Giappone, Germania, Austria, Corea, Cina, Taiwan, Olanda, Grecia e Portogallo (da wikipedia).
I due autori sono due giovani giornalisti al loro primo libro: bel colpo!
In seguito hanno pubblicato questo: Jobbing. Guida alle 100 professioni più nuove e più richieste (consiglio di leggerne la descrizione qui: http://www.ibs.it/code/9788820046507/incorvaia-antonio-rimassa-alessandro/jobbing-guida-alle-100.html).

You don’t mess with the Zohan

Pubblicato: agosto 4, 2010 in cinema

Breve, tutt’altro a dire il vero, analisi del film in cerca di
contenuti propagandistici. Nel seguito racconto per intero il film
quindi se non lo avete ancora visto avete un ottima scusa per non
leggere questo post lunghissimo :)
Al tempo stesso se non avete visto il film non capirete pressoche’
nulla del post, anzi, e’ consigliato avere il film sottomano per
seguire meglio.

You don’t mess with the Zohan (2008)
Columbia Pictures
Prodotto dalla Happy Madison (fondata da Adam Sandler)

* Analisi

Prima scena: Zohan e’ sulla spiaggia che si diverte. Lui e’
assolutamente 1000 anni avanti a tutti gli altri.
Ma ahime’ non puo’ divertirsi perche’ il dovere lo chiama.
Messaggio: saremmo tutti felici se non ci fossero i terroristi.

La missione: un pericoloso terrorista, Phantom, e’ stato avvistatato a
Beirut, Libano. Caratteristica principale del terrorista,
lampeggiante, e’ “Hates Israel: yes”. La questione viene presenta su
un piano morale/emotivo. Non e’ un nemico, ma uno che odia.
Poi viene introdotto il tema degli scambi di prigionieri. I terroristi
vengono catturati, ma poi vengono rilasciati negli scambi di
prigionieri. Pare che Phantom sia stato rilasciato in cambio di due
soldati.
Viene poi presentato il piano: 20 uomini, con il rischio di causare
danni ai civili. Zohan si offre perche’ non vuole che ci siano feriti
tra i civili.
Zohan in questa e in molte altre occasioni viene utilizzato per
rappresentare Israele stessa. L’assonanza del nome con
Sion/Zion, il monte, usato anche per indicare l’intero popolo ebraico,
rafforza il rimando.
Messaggio: Libano rifugio dei terroristi. Non fare vittime tra i
civili e’ la nostra preoccupazione.

La cena: per colpa della guerra Zohan deve rinunciare al suo sogno.
Segue la cena con i genitori che rappresentano l’autorita’, il
buonsenso e il dovere. Per loro rinuncia alla festa con le 3 ragazze,
riconoscendogli quindi un’elevata importanza/rispetto. Il tema della
cena e’: voglio lasciare l’esercito. La madre elenca i suoi dubbi, tra
qualche bella battuta (“Stay in the army, play it safe.”). Viene poi
chiarito che questa non e’ realmente una guerra introducendo il
racconto dei fatti del 1967.

– We were surrounded on all sides, outnumbered.

– And in six days, we won.

Zohan ripete le parole del padre, come se le avesse sentite 1000
molte, e in questo modo le rende corali. Il riferimento e’ ovviamente
alla Guerra dei Sei Giorni

http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_dei_sei_giorni

Il racconto richiama un tema classico della propaganda militare
Israeliana: “We were surrounded on all sides, outnumbered”.
La parentesi storica si conclude con la frase “Your generation likes
to forget that” che, sebbene in senso stretto sia riferita alle ultime
5 ore della battaglia, in realta’ si applica all’intero discorso: i
giovani dimenticano il passato.

E’ poi la madre a rispondere alla domanda del figlio su quando finira’
la guerra: “They’ve been fighting for 2000 years. It can’t be much
longer.”. Sebbene quel territorio sia stato conteso in piu’ occasioni
descriverlo come teatro di guerra da 2000 anni e’ sicuramente
ingannevole. In questo modo pero’ la guerra non viene presentata come
qualcosa di nuovo, un fatto recente, ma come una situazione
millenaria. Questo induce a non riecercare una causa concreta e
diretta per la situazione ma a considerarla come uno stato di fatto.
Infine i desideri del figlio, proposti come alternativa al servizio
militare, vengono ridicolizzati dai genitori, le sue parole “it’s
peaceful, no one gets hurt” vengono coperte dalle risa.

Slogan: l’amico di Zohan in questa prima parte definisce 3 slogan,
identificabili dal tono e/o dalla ripetizione.

You don’t mess with the Zohan!
No one can hurt the Zohan.
You never giggle at the Zohan.

La missione: Zohan assalta la casa dove e’ rifugiato Phantom disarmato
e senza uccidere nessuno. Durante l’assalto trova la possibilita’ di
dibattere il conflitto arabo-palestinese con un generico arabo (sono
due, ma ricoprono lo stesso ruolo e proseguono un unico dialogo).
All’inizio del dialogo il primo cattivo spara ad uno Zohan
apparentemente indifeso in risposta alle sue parole.

Z: I get it, I get it, you guys don’t like our country.
A: So we are the bad ones.
Z: I’d love to sit and discuss this with you, but I’m short on time.
A: I’m just saying. It’s not so cut-and-dry. We settled here for hundreds of years!
Z: Good point. None of my ancestors ever stepped foot in this land. No, you’re right.

Zohan risolve il dialogo da vincitore con il sarcasmo. Da notare i
passaggi “I’d love to sit and discuss” da parte di uno Zohan aperto al dialogo, “It’s not so
cut-and-dry” dell’arabo che non pone una vera controargomentazione ma
piu’ un cavillare, e l’utilizzo della parola “settled” (stabilirsi,
riferito a qualcuno che arrivi da fuori).

Arriviamo allo scontro con il cattivo, che appare a testa in giu’ sul
soffitto di una chiesa, scena che a me ha ricordato molto l’esorcista.
Anche il cane nero e’ un simbolo associato al demonio e di dubbio
valore narrativo per la scena. Il nemico e’ pero’ un codardo e fugge
allo scontro.
Phantom spara con un lanciarazzi facendo esplodere il negozio di una
persona araba del luogo. Zohan e’ subito pronto a rallegrarlo dandogli
un biglietto da visita con il numero di telefono, con prefisso
israeliano, di un servizio di “BOMB FIX” governativo gratuito. Questo
nonostante i danni siano stati causati dal cattivo.
Segue subito il riferimento all’intifada, rappresentata dal lancio di
pietre dei bambini, che di nuovo Zohan trasforma in un sorriso.
Arriviamo all’acquascooter dove di nuovo Phantom danneggia la sua
gente giustificandosi con un “Sorry. It’s for the cause”. Succedera’
di nuovo poco dopo.

La scena del combattimento non l’ho capita molto, e si sviluppa
attorno al tema di “I feel no pain”.

Lo scontro si conclude con l’apparente morte di Zohan e Phantom
festeggia urlando: I Kill! I Kill the Zohan. Nonostante il tempo
verbale utilizzato serva a caratterizzare il personaggio, il risultato
percepito e’ differente. Seguono grandi festeggiamenti della folla.

In seguito cerchero’ di essere piu’ breve, visto che siamo solo a 16
minuti di film!

Il tassista: l’america come luogo di liberta’, dove realizzare i
propri sogni. Il resto del mondo come luogo terribile e pericoloso.

La scena in cui Zohan si reca al salone di Paul Mitchel contiene una
frase che non si nota molto, ma significativa:

If I find out he was here…

…or you are keeping him hidden from me…

…I will destroy you.

Believe me this.

potrebbe essere volutamente ironica, ma il riferimento a chi offre
rifugio ai terroristi o anche solo alla deformazione professionale da
anti-terrorismo e’ cosi’ sottile che alla prima visione io non l’ho
notato.
Poi l’incidente della bici. Zohan si avvicina per difendere i deboli
dai prepotenti. Il businessman lo scambia per un arabo e viene punito
per il suo errore.
Entra il tassista arabo. La situazione e’ di disagio, il richiamo e’
al traffico. L’arabo e’ scortese, parla la sua lingua, ascolta la sua
musica: non si integra. Abbiamo la paranoia delle signore sul
terrorismo. Immediatamente dopo vediamo Zohan che invece viene
apprezzato dal popolo americano. Si integra talmente bene da poter
essere scambiato per un australiano, messaggio: gli israeliani sono
come gli occidentali. Zohan riconosce il tassista come un terrorista,
quindi i terroristi sono davvero ovunque, non erano paranoie quelle
delle signore. L’arabo, a questo punto terorrista, conta un mazzetto
di dollari. L’intera scena embra quasi un piccolo intermezzo
didascalico per spiegare la differenza tra arabi e israeliani.

Arriviamo alla disco, dove Zohan consiglia, da fratello maggiore, al
giovane di essere meno “picky” in fatto di donne. Poco chiaro a chi
sia diretto il discorso, ai giovani israeliani in USA? Segue una breve
parentesi dove il nero aggressivo e che parla in modo incomprensibile
viene punito. Zohan e’ appena diventato l’idolo della folla e viene
contemporaneamente celebrato da un suo fan come cacciatore di
terroristi: cacciare i terroristi e’ cool!

Zohan cerca lavoro. Non riesce a integrarsi coi neri e non ha successo
coi bambini. Torna quindi in una piccola riproduzione di
Israele/Palestina. Breve parentesi per consigliare a tutti i giovani
israeliani in America di fare qualcosa di meglio che aprire negozi di
elettronica.
Qui la situazione e’ tranquilla, non ci si odia e non ci si spara. In
qualche modo viene assolto il popolo palestinese in se’. Al tempo
stesso vengono presentati gli US come luogo positivo dove trasferirsi
per rifarsi una vita e realizzare i propri sogni. Il suggerimento
verra’ ripreso poi nella passeggiata al parco.

Lungo salto sull’apprendistato da parrucchiere, con solo un paio di
episodi degni di nota. Durante le lezioni notturne da chaffeur Zohan
punisce in modo deciso e immediato lo sgarro del suo insegnante. In
seguito Zohan punisce senza esitazioni il proprio errore sul lavoro.

Skip completo sulla parte del salone :)

C’e’ poi il breve episodio, di nuovo nei territori occupati, dove un
fin troppo paziente Zohan cede infine alle provocazioni. E compaiono 2
personaggi nuovi. Uno dei due ha un nome molto particolare: Nasi con
la s sibilante.

Poi c’e’ la breve parentesi su “the bush” che non avrei notato se non
fosse stata ripresa poi nella scena del medico. “The bush is the
biggest” afferma Zohan. Successivamente dal medico in un dialogo
brevissimo, meno di 30 secondi, appaiono le parole “emergency”,
“that’s not a real problem”, “No, not the bush.” in quello che
potrebbe essere un esercizio di PNL, anche perche’, nello suo slang
anglo-ebraico, Zohan pone sempre l’articolo davanti ai nomi propri.

La passeggiata al parco e’ l’occasione per una breve parentesi politica:

– I couldn’t take it there anymore.

– Look, both sides crazy.

– You have the hardcores on both sides.

– They just want to fight and fight. Nobody will win this way.

– It has to stop.

Si passa poi ai 3 terroristi improvvisati e pasticcioni che non
riescono a concludere un buon attentato.
Poi un breve parentesi contro le guardie cittadine, “night-watching
losers”, incompetenti e sfigate.

Si arriva ad 1 ora e 18 e riappare il tema politico. Il film dura 113
minuti, un bel po’ per un film di questo genere. Qui troviamo
israeliani e palestinesi che discutono.
Rilevante questa battuta

Arab: Not Israeli! Who else would write “Arab go home”!

Israeli: Oh, I don’t know, just maybe 99 percent of the world.

Viene spiegato, ed entrambi i gruppi lo confermano, che il processo di
pace e’ saltato a causa dell’omicidio di Rabin. Infine la discussione
va Off Topic e ci viene spiegato che “This is what happens when they
talk politics.”. In breve il motivo per cui da anni non si arriva a
nulla e’ per colpa di un attentato e dell’incompetenza dei politici.
Si passa poi alla trattativa tra i cattivi, molto ben caratterizzati
come “redneck” che vengono associati, senza motivo alcuno, a Mel
Gibson. L’associazione verra’ di nuovo ripetuta piu’ avanti.

Un po’ piu’ avanti l’allenamento di Phantom, diventa l’occasione per
associarlo al maltrattamento degli animali e al non rispetto per le
donne. Avanti ancora veloce, 1:30, la scena delle armi mostra come
dietro attivita’ apparentemente rispettabili si nascondano pericolosi
criminali.

Saltiamo infine al combattimento finale, 1:40. Phantom colpisce
ripetutamente Zohan che non reagisce. Non e’ lui a volere la guerra. E
infine e’ persino una donna a condannare l’arabo.
Al combattimento segue un breve scambio di battute

Israeli: People don’t like us too.

Arab: Why!

I: Because they think we are you.

[…]
A: Look, Bashir, no offense…but if you sat next to me on a plane, I
might want to get off too.

[…]
I: I am sorry about your goat.

Insomma, in poche battute la condanna, le scuse, il perdono, ecc.
Tutto nasce solamente da una serie di “incomprensioni”.

Finita la “guerra” tutti possono essere felici, ora che non e’ piu’
necessario combattere c’e’ anche la riconciliazione con i genitori e
la possibilita’ per ognuno di realizzare i propri sogni.

* Considerazioni

Tutto quanto scritto fino ad ora si puo’ debunkare
(smontare/contestare) con una mano sola, sia perche’ l’attivita’ di
debunking e’ molto semplice, sia perche’ il tema e’ complesso.
Dal mio punto di vista ci sono abbastanza elementi per considerarlo un
film di propaganda, cioe’ un film teso a veicolare contenuti non
espliciti sotto l’apparenza dell’intrattenimento. In pratica che ci
siano state delle precise scelte di produzione che vadano al di la’
dell’incontrare i gusti del pubblico occidentale. Cosi’ come rifiuto
l’ipotesi che si tratti di una sceneggiatura prodotta “in buona fede”
ma da una parte in causa, Adam Sandler.

Detto questo il film sembra avere due target principali: il giovane
israeliano e il generico popolo americano/occidentale. Al primo sono
rivolti i messaggi sull’importanza della guerra e di fare il proprio
dovere, i riferimenti storici, quelli sul ruolo di Israele nel
conflitto, le difficolta’ del processo di pace, ecc. Ai secondi si
cerca di illustrare innanzitutto la differenza tra arabi e israeliani
:), quasi un tormentone, e di nuovo la situazione politica del luogo.

Direi che per ora puo’ anche bastare :)

Breve fanta(?) storia del cinema

Pubblicato: gennaio 27, 2010 in cinema

Italia, Roma. 1937, 21 aprile. Mussolini inaugura Cinecittà, concepita
come sede dell’industria cinematografica italiana, consistentemente
finanziata dal governo in quegli anni (risale al 1937 il primo
colossal italiano: Scipione l’Africano).

Ma e’ gia’ nel 1922 che afferma di ritenere il cinema “l’arma piu’
forte dello Stato” e appena un paio di anni dopo fonda l’istituto LUCE
che nel 1936 passera’ sotto il Minculpop.

Il cinema nasce all’inizio del secolo e l’Italia e’ subito pronta a
recepire la novita’ e produrre i primi “esperimenti”. Il sonoro
arrivera’ negli anni 30.
Con la prima guerra mondiale in Italia vengono gia’ prodotti i primi
film di propaganda. Non so bene come/dove venisse proiettato questo
genere di film (cinema? caserme?) ma questo e’ un esempio

Serve ancora qualche anno perche’ si arrivi a produzioni piu’
complesse, come ad esempio questa (peccato non si capisca di che film
sia…)

Qui si mescolano scene di vita comune alla forma piu’ istituzionale
del documentario con voce fuori campo e spezzoni vari. Si sviluppa un
minimo di trama con diversi personaggi: il reduce eroico, il capo
stazione inetto, i contadini che soffrono marchiati con falce e
martello. Nella parte finale vengono date delle informazioni precise.

In Germania nello stesso periodo Goebbles prende in mano tutti i mezzi
di comunicazione del Reich. Diversi film di propaganda vengono
affidati a Leni Riefenstahl come “Il trionfo della volontà”,
propagandone sparato sulla convention nazista. Ma e’ gia’ con Olympia,
sempre della stessa regista, che le acque iniziano ad intorbidirsi: un
documentario sulle olimpiadi del 36 a Berlino, commissionato dal
Comitato Olimpico, che costringe la critica a chiedersi se si tratti
di propaganda o meno.

Anche oltreoceano si danno fa fare: la US Navy arruola Frank Capra e
John Ford per realizzare una serie di documentari di propaganda sulla
guerra allora europea. Le animazioni vengono realizzate dalla Disney.


http://video.google.com/videoplay?docid=-254996800597949827#

Finita la guerra wikipedia ci dice “In Italia, come nei paesi europei
occidentali, la propaganda ebbe sempre meno presa e senso. Le nascenti
democrazie si impongono di lasciare questo mezzo al passato, si tende
comunque a delegare al documentario gli aspetti di informazione e
persuasione.”.

Fortunatamente quindi le democrazie occidentali rinunciano a questo
strumento e potremmo concludere qui il nostro post.

Oppure potremmo iniziare una storia alternativa, un po’ alla Philip K.
Dick, e immaginare un mondo in cui le cose siano andate un po’
diversamente.

Siamo quindi nel primissimo dopoguerra e accanto al cinema si e’
affiancata da qualche anno la televisione, anche se l’Italia dovra’
aspettare il 54 per le prime trasmissioni. Ulteriori avvenimenti
dell’inizio del 900 sono la nascita della psicanalisi, dello studio
del comportamento, dei traumi psicologici della guerra (Freud, Le Bon,
Bernays, Pavlov, Tavistock Inst.). Negli anni 50 verranno inoltre
istituiti i primi centri militari dedicati unicamente alla guerra
psicologica. Infine e’ nel 53 che prende il via il progetto MK-ULTRA
sulle tecniche di controllo mentrale.

In questo clima i governi, nelle sue diverse incarnazioni, militari,
servizi segreti, ecc. non perdono l’interesse per il mezzo
cinematografico per promuovere le proprie idee. Come viene ben
spiegato da Bernays l’utilizzo della propaganda non ha nulla di
immorale in quanto semplice strumento in grado di catalizzare,
concretizzare, rafforzare (crystalize in originale) quelli che sono i
reali desideri della gente che altrimenti resterebbero isolati e
dispersi senza ottenere risultati. Dal suo punto di vista e’ quindi
legittimo, ad esempio, che un governo eletto in base alla promessa di
fermare la guerra usi tecniche di propaganda per portare alla luce
l’opinione pubblica tramite il cui supporto manifesto sia poi in grado
di realizzare cio’ che i singoli desiderano. Diventa poi una questione
etica l’utilizzo corretto delle stesse.

Il governo decide quindi di non interrompere la collaborazione con il
cinema. Inizialmente tramite il semplice finanziamento dei progetti
ritenuti piu’ interessanti, senza bisogno di nessun intervento
diretto. Tramite un prestanome fondi governativi vengono usati per
finanziare le produzioni piu’ utili.
In seguito ai primi buoni risultati, tramite una serie di mezzi alla
luce del sole, organismi di censura, finanziatori, ecc. si cercano
registi e sceneggiatori che siano disposti a lavorare per aiutare il
proprio governo nel suo lavoro. A seconda delle occasioni e’ piu’ o
meno necessario che le persone che collaborano al progetto sappiano
tutti i dettagli. Basta magari sapere che un noto produttore cerca
attori per una nuova sceneggiatura. Il resto e’ normale
amministrazione. Non c’e’ nemmeno bisogno di chiedere segretezza: io
lo so, tu lo sai, non e’ un argomento di conversazione, semplice
discrezione, come con le tangenti.

Nei paesi acquisiti che escono dalla guerra, ad esempio in Italia, si
favoriscono produzioni positive, che favoriscano la ripresa, che
ispirino fiducia, che stimolino l’integrazione nord/sud e cosi’ via.

Con le piu’ diverse ricerche psicologiche effettuate in quegli anni
(tipo esperimenti di Asch, Milgram, ecc. quelle cose molto anni 60) ci
si rende conto che il modo piu’ efficace di veicolare i messaggi e’ in
modo occulto. Il governo prepara quindi una scaletta di temi che gli
sceneggiatori dovranno inserire nei loro lavori. Un accenno contro il
razzismo, uno a favore del femminismo, uno sui pericoli della armi da
fuoco, e cosi’ via. Film con target diversi avranno messaggi diversi,
insomma, nel giro di qualche anno la cosa prende piede. Le tecniche
migliorano, si studiano metodi per valutare l’efficacia dei propri
messaggi cosi’ come avviene per le campagne pubblicitarie e nascono
una serie di ditte specializzate in questo genere di attivita’. Un
grande risultato e’ la campagna antifumo che in un attimo fa sparire
il tabacco dal grande schermo.

Si hanno quindi i primi esperimenti piu’ complessi negli anni 60/70
sui temi della guerra fredda e del vietnam. Ahime’, non ricordo
abbastanza bene i film di quel periodo e quindi non mi voglio
sbilanciarne citandone alcuni.

La cosa funziona talmente bene che vengono aperte un paio di case di
produzione apposta, con un giro stabile di collaboratori, in grado di
produrre decine di lavori ogni anno in modo semplice e rapido. Non
sono piu’ necessari lunghi comizi in piazza al freddo, documentari o
presentazioni nelle scuole: basta inserire i propri “spot” all’interno
di film che il pubblico riconosce come forma di intrattenimento. A
partire dagli anni 80 la propaganda cinematografica e’ ormai
un’industria stabile e affermata. Si va dai semplici finanziamenti, ad
agenti sotto copertura che operano come attori o registi, ai contatti
nell’Academy fino alle produzioni realizzate completamente in proprio.
Un esempio di produzioni ancora grezza e’ Rocky IV, ma sono le
produzioni meno appariscenti quelle piu’ efficaci. Il problema che
nasce a questo punto e’ riuscire davvero ad individuarle? Chi non
ricorda la frase “i libici!” all’inizio di Ritorno al futuro inserita
subito prima della morte di Doc? Possibile che nessuno abbia pensato
quanto fosse poco “politically correct” una frase simile?

Esempi di film di pura propaganda recenti possono essere: Leoni per
agnelli, Regole d’onore, The hurt locker, The man who stare at goats e
probabilmente tutti i recenti film a tema bellico (Siryana, Black hawk
down, Jarheads, Three kings, ecc.). Probabilmente film come Good night
and good luck, tutti quelli sulla storia recente americana, certamente
Forrest Gump. Esempio clamoroso Don’t mess with the Zohan.
Esempio nostrano accertato, dalle intercettazioni di
Berlusconi/Sacca’, e’ Barbarossa, grezzo, esplicito, ma cmq adatto per
trasmettere una serie di informazioni agli adolescenti.

Per giustificare queste lista bisognerebbe esaminare ogni singolo
film, prossimamente ci provo magari con un paio visti di recente.
Altrimenti questo discorso sembra decisamente buttato un po’ li’. E’
senza dubbio un lavoro infame: cercare di individuare una serie di
messaggi, sconosciuti, che possono o non possono essere stati nascosti
all’interno di un film. Lo spazio per gli errori di valutazione e le
contestazioni e’ molto ampio.
Al tempo stesso ci sono una serie di elementi che puntano chiaramente
in questa direzione.

La tesi di fondo, riassunta, e’ che il cinema sia un’industria
sviluppata e finanziata principalmente per scopi politico/militari.
Cosi’ come l’aeronautica dove esiste poi una anche una derivazione
civile.
Questo punto di vista risolve anche, se necessario, la critica del
“grande complotto impossibile”. Cosi’ come non serve nessun “grande
complotto” per far funzionare l’industria del tabacco, quella delle
mine anti-uomo, la produzione di fosforo bianco, le tangenti in ambito
pubblico, ecc. cosi’ non e’ richiesto rapire la figlia del regista per
realizzare il proprio film. E semplicemente un lavoro.

Riferimenti:
http://cronologia.leonardo.it/storia/a1922f.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Film_propagandistico
http://en.wikipedia.org/wiki/Operation_Paperclip
http://www.youtube.com/watch?v=WYxsNgkG_M8 (scelto questa versione
perche’ l’unica sottotitolata)